“Più Europa nelle cose che contano, dalla politica economica alla politica estera, e meno invadenza burocratica, disposizioni di dettaglio, regolamentazioni eccessive”. Parola di Dario Franceschini. Alla vigilia delle elezioni per rinnovare il Parlamento europeo, il segretario del Partito democratico spiega in un’intervista a rassegna.it le direttive su cui si muoveranno i democratici a Bruxelles e Strasburgo. Niente gossip né politica interna: in una campagna elettorale dove i protagonisti sono stati Noemi e le feste di Capodanno, facciamo un’altra scelta: parliamo d’Europa. “È decisivo –spiega il numero uno del Pd – lavorare per colmare il deficit democratico che ancora inficia il sistema istituzionale europeo, garantendo più democrazia nella vita dell’Unione”. Per riguadagnare consensi rispetto alla costruzione europea, a suo giudizio “occorre rendere pienamente riconoscibile ai cittadini il disegno che si persegue, nei suoi princìpi, nei suoi valori, nelle sue finalità”. Anche per questo servono “chiari confini tra le competenze dell’Unione e quelle degli Stati nazionali, per evitare un’espansione non trasparente delle prime”. Insomma, per governare il vecchio continente “deve valere il principio di sussidiarietà che si può sintetizzare con la frase ‘non faccia l’Unione ciò che può essere fatto dagli Stati, dalle Regioni, dai Comuni”. Insieme all’altro filo conduttore, cioè “più Europa in politica estera ed economica”.
Segretario, partiamo proprio dalla crisi. In molti sostengono che la Ue dovrebbe fare di più; altri, come l’economista francese Fitoussi, rimproverano alle singole nazioni di comportarsi in modo troppo individualistico. Hanno ragione? In una situazione di forte rallentamento dell’economia reale e di evidente recessione, le conseguenze per le imprese e le famiglie sono molto gravi. I salari reali e il potere d’acquisto sono messi a repentaglio. Le risposte alla crisi da parte della Commissione appaiono insoddisfacenti. Ha ragione l’economista francese Fitoussi: i governi si muovono in ordine sparso e le misure adottate dalla Commissione sono insufficienti sia per l’esiguità delle risorse stanziate sia perché è mancato finora un efficace coordinamento a livello europeo degli interventi nazionali di stimolo all’economia.
Allora di cosa ha bisogno secondo lei il vecchio continente? Di una politica d’investimenti per lo sviluppo e di un più forte coordinamento delle politiche economiche degli stati membri e delle misure di stimolo dell’economia. Il Pd propone l’emissione di titoli del debito pubblico europeo per finanziare grandi investimenti nei nuovi motori della crescita in Europa: reti e infrastrutture sovranazionali, ricerca scientifica e tecnologica in particolare nel settore delle energie rinnovabili, formazione superiore, investimenti in grado di innalzare la produttività complessiva dell’economia europea. Iniziative europee comuni servono pure per fronteggiare gli effetti più gravi della crisi sull’occupazione e sulle condizioni di reddito dei lavoratori specie nelle aree e nei territori più esposti.
In che modo? La prima misura è mettere a regime e rafforzare il fondo costituito per sostenere i lavoratori e le imprese colpite dalla concorrenza internazionale. Una seconda serie di misure dovrebbe riguardare la promozione di politiche comuni per la buona occupazione, specie dei gruppi più deboli sul mercato del lavoro.
Già che ci siamo: sulla deroga all’orario settimanale di 48 ore gli organi della Ue hanno avuto posizioni inconciliabili e la pratica si è bloccata. Per il Pd la decisione finale deve spettare all’Unione o ai singoli Stati? Dopo il fallimento della procedura di conciliazione fra Consiglio e Parlamento europeo sulla revisione della direttiva orario di lavoro, la questione si riapre per una futura trattativa. Noi giudichiamo positivamente che il Parlamento abbia bloccato l’iniziativa della Commissione che era per molti versi peggiorativa della vigente regolazione degli orari; è uno dei casi, non l’unico, di contrasto fra le due istituzioni europee, con il Parlamento che cerca di correggere le posizioni alquanto conservatrici della Commissione. Un altro esempio su cui si è molto discusso anche da noi riguarda la concezione di flexicurity, dove il Parlamento ha introdotto modifiche sostanziali ed equilibrate alle proposte della Commissione.
Dunque qual è la vostra posizione sulla deroga alle 48 ore della settimana lavorativa? Concordiamo con quella del Consiglio e anche con quella dei sindacati, che ritengono pericoloso tale sistema perché permette l’allungamento della settimana lavorativa tramite una rinuncia individuale, almeno teoricamente volontaria, al tetto massimo fissato per legge o dalla contrattazione collettiva. La volontarietà è teorica, come risulta evidente dalla prassi dei paesi che l’hanno ammessa, e sono quattordici, tra cui Gran Bretagna e molti dell’est Europa. Perché qui, come in altri casi, il consenso del lavoratore singolo può essere forzato, specie in situazioni di debolezza sindacale. Questa opzione di deroga era prevista in modo transitorio, mentre la delibera dei ministri europei voleva renderla stabile. È importante che queste posizioni di fermezza siano sostenute da tutte le forze progressiste anche nel nuovo parlamento europeo per evitare che riprendano i tentativi di riaprire il dossier sull’orario con proposte peggiorative e per riaffermare invece un ruolo positivo dell’Europa nella difesa e nella promozione dei diritti dei lavoratori.
Passiamo alla politica estera. Quali sono secondo lei le priorità che dovrebbe darsi l’Unione? Dev’essere sempre più protagonista nel promuovere la pace, la prevenzione e la risoluzione dei conflitti. È interesse dell’Italia mantenere aperta e credibile la prospettiva di integrazione dei Balcani occidentali, così come per il Pd è essenziale costruire una effettiva Unione euro mediterranea basata sui principi di cooperazione e solidarietà regionale.
Qui il tema è l’ingresso della Turchia: favorevole o contrario? Riavvicinare le due sponde del Mediterraneo deve costituire un obiettivo comune dell’intera Unione europea. In questo quadro va portato avanti il negoziato tra Unione e Turchia per creare le condizioni dell’adesione di Ankara all’Unione, con le modalità e i tempi stabiliti. È evidente che i governi della Turchia sono chiamati a procedere nella realizzazione delle riforme indispensabili per uniformare la loro legislazione nei vari campi agli standard europei e a risolvere in termini positivi e rispettosi dei diritti i problemi legati alla comunità curda.
E sulla questione israelo-palestinese? Siamo convinti che l’Unione europea debba lavorare perché riprenda e si concluda rapidamente il negoziato tra israeliani e palestinesi per il raggiungimento di una pace fondata sul riconoscimento di una patria ai palestinesi con la costruzione di un loro Stato e la sicurezza per Israele di vivere senza l’incubo del terrorismo e sicuro nei propri confini. Più in generale, per muovere in questa direzione è indispensabile l’entrata in vigore del trattato di Lisbona che rafforza la capacità dell’Unione di esprimersi in modo unitario in politica estera e che permette all’Unione di acquisire una personalità giuridica unica rafforzandone l’azione nel mondo.
Apre una questione tecnica sull’equilibrio tra le istituzioni europee: ritiene che Commissione e Parlamento si debbano rafforzare rispetto agli Stati e al Consiglio, oppure al contrario, bisogna lasciare tutto così com’è? Il rafforzamento dell’impianto democratico dell’Unione è un imperativo di primaria importanza. Da questo punto di vista è essenziale la valorizzazione della componente parlamentare intendendo con questa espressione sia il Parlamento europeo sia i Parlamenti nazionali, entrambi garanti nei loro diversi ruoli della legittimità democratica dell’Unione europea in quanto Unione di popoli, di cittadini, non solo di Stati. In questo contesto va rafforzato il ruolo della Commissione il cui compito non si limiterà più ad assicurare il funzionamento e lo sviluppo del mercato comune ma, con il Trattato di Lisbona, avrà il compito di promuovere l’interesse generale dell’Unione e di adottare le iniziative a tale fine.
Quali saranno i ruoli della Commissione? Oltre ad esercitare l’iniziativa legislativa in via esclusiva, avrà rilevanti compiti di vigilanza sull’applicazione del diritto dell’Unione, sull’esecuzione del bilancio, la gestione dei programmi, la rappresentanza esterna dell’Unione. Si rafforzerà inoltre la sua legittimità democratica attraverso il principio della responsabilità collettiva della stessa Commissione dinanzi al Parlamento europeo. E poi, una nuova composizione con la riduzione dei Commissari a un numero pari ai due terzi dei paesi membri (da individuare secondo un meccanismo di rotazione su base paritaria) a partire dal 2014 darà una maggiore snellezza all’esecutivo dell’Unione.
Sul ruolo del presidente? L’elezione del presidente della Commissione da parte del Parlamento europeo, su proposta del Consiglio, accrescerà la legittimità democratica. Come è noto il Pd avrebbe voluto che la scelta del presidente fosse stata affidata al voto dei cittadini europei in occasione del rinnovo del Parlamento. Consideriamo un errore che a questo non si sia giunti. Si trattava di una scelta che avrebbe arricchito le possibilità di partecipazione diretta dei cittadini al processo politico comunitario.
Segretario, un’ultima domanda riguardo al problema dell’assenteismo, su cui peraltro il Pd ha insistito molto: avete un codice di condotta interno? I nostri eletti assolveranno al loro compito pienamente e con puntualità. Questo è l’impegno d’onore che assumiamo con gli elettori e non a caso abbiamo criticato la scelta di altri partiti e in particolare del Pdl di candidare chi, come il presidente del Consiglio, non metterà piede a Strasburgo perché incompatibile. Non consentiremo alcuna forma di assenteismo agli eletti del Pd.
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