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Nelle vene quell'acqua d'argento
di Dario Franceschini

Aveva sempre confuso il silenzio con il freddo. Nelle notti sudate d’agosto guardava le labbra di Maria che si muovevano, senza un fruscio, inseguendo le parole del libro, e cominciava a tremare sotto le lenzuola ruvide di cotone bianco.
“Così mi fai confondere le righe” diceva Maria sfogliando le pagine che mancavano alla fine. Poi ricominciava a leggere a bassa voce e Primo, intiepidito dal suono delle parole di sua moglie, poteva scivolare nei suoi sogni color ruggine.
Gli era successo per la prima volta da ragazzo, nei giorni delle sigarette del treno merci.
Una mattina di maggio gli abitanti di Cantarana si trovarono sotto i binari della ferrovia a guardare i vagoni rovesciati di due treni che si erano scontrati all’alba.
Improvvisamente qualcuno si era messo a urlare: “Venite qua! È pieno di sigarette!”.
Tutti corsero verso lo sportello aperto del vagone da cui erano rotolati, sull’erba della scarpata ancora bagnata di notte, migliaia di pacchetti di sigarette. Gli uomini si riempirono le tasche delle giacche e dei pantaloni, le loro mogli usarono le sottane come sporte, i loro figli se ne andarono con le borse di scuola colme e pesanti.
Durò venti giorni. A Cantarana fumavano tutti, persi tra i brividi che danno i desideri mai desiderati. Fumavano le donne lavando i panni, allattando i figli o quando, nelle chiacchiere della sera, annegavano nelle risate le stanchezze di un altro giorno di lavoro. Fumavano i bambini nei giochi del pomeriggio, le ragazze raccontandosi i sogni, i vecchi sotto i portici, appoggiati alle biciclette. E fumava il medico, mentre visitava tutti quei pazienti con la nausea e il mal di testa.
Primo aveva passato ore intere a divertirsi con gli amici trattenendo il fumo sino a ubriacarsi, mentre Maria raccontava sempre di essere svenuta davanti al cancello di casa, forse per colpa di una sigaretta con un capello rosso dentro. Poi, durante la messa della seconda domenica del mese, si era sparsa la voce che Marzio, il fornaio, aveva cominciato a raccontare storie senza l’inizio alle sue cinque figlie. Tutti dettero la colpa al fumo e la sera, nei loro letti, giurarono che il mattino dopo avrebbero smesso. Il vizio invece se ne andò soltanto alla fine del mese, con la cenere dell’ultima sigaretta del treno merci.
In una giornata di quel maggio lontano Primo era rientrato a casa e non aveva trovato nessuno. Era andato a lavarsi le mani nel bagno sotto la scala e dopo aver chiuso il rubinetto vide il silenzio risucchiarsi tutto, anche il rumore dell’acqua nei tubi arrugginiti, lasciandolo solo tra le mattonelle bianche inondate di luce.
L’aveva trovato sua madre, seduto sul bordo della vasca, ormai sfinito dal tremito. Cercò di scaldarlo avvolgendolo nella coperta del letto grande, e non si accorse che era stato invece il suono delle sue parole a fermare il gelo nel sangue di suo figlio maggiore.
“Colpa di quel maledetto treno” disse spegnendo una sigaretta appena accesa sul cemento del bagno.
Ma Primo capì presto che non era colpa del fumo.
Qualche tempo dopo, in una domenica di agosto, suo fratello Quinto partì per il servizio militare. Era stata una giornata allegra perché finalmente uno dei Bottardi era andato a fare il soldato in giorni di pace.

“Due guerre così vicine non le fa neanche un pazzo” aveva detto suo padre, pulendo il cappello dalla polvere che aveva sollevato il carro su cui Quinto era salito per raggiungere la stazione di città.
Quella sera Primo si trovò solo nella camera da letto.
Raccolse sotto le lenzuola i desideri che ogni notte gli facevano avere fretta di cominciare il giorno dopo e d’un tratto avvertì il silenzio che aveva lasciato il respiro pesante di Quinto. Cominciò a tremare nella stanza vuota di rumori, si alzò per cercare una coperta, ma bastarono i suoi passi sul legno del pavimento e il cigolio delle porte dell’armadio per bloccare i brividi.
Aveva iniziato a capire e non ebbe più dubbi da quando sua madre raccontò di quel suo vecchio zio, morto in un macero da canapa, che fin da bambino confondeva il buio con il freddo e per non morirne aveva sempre dormito con gli scuretti aperti, scaldandosi con la poca luce della notte. Col tempo si era abituato a vivere con quella malattia da ricchi, come gli diceva Maria scuotendo la testa, e aveva anche imparato a lasciarsi trascinare senza paure in quel tremito fedele che continuava ad accompagnarlo tra gli anni.
Fu proprio mentre si lasciava scivolare in un momento di silenzio, in un pomeriggio del suo autunno, che a Primo Bottardi venne d’improvviso in mente la domanda che Massimo Civolani gli aveva fatto quarantadue anni prima.
Stava seduto sul bordo del letto e un presagio triste gli aveva appena trafitto il petto.
Si sentì perduto e senza più vita dentro. Strinse le lenzuola nei pugni e il mare disordinato della sua memoria gli restituì la voce, nitida e intatta, del vecchio compagno.
Pensò che non lo aveva più incontrato da quella mattina di scuola in cui Civolani aveva salutato gli amici ed era partito con la famiglia per seguire il lavoro del padre. Ritrovò gli odori di polvere, di inchiostro, di sudore della grande aula con il pavimento di asfalto nero e rivide l’allegria rumorosa di quell’addio dopo il suono della campana, le pacche sulle spalle, la fame di ogni giorno più forte del dolore per il distacco.
Quella notte Maria si alzò di scatto quando con il piede non trovò nel letto il corpo addormentato di suo marito. Uscì affannata dalla camera e vide Primo in piedi davanti al water, nel bagno illuminato in fondo al corridoio.
“Stai male?” gli chiese sottovoce.
“Sto solo pisciando” rispose lui senza girare la testa.
Maria si appoggiò alla porta della cucina e lo fissò preoccupata: “È la prima volta che ti alzi di notte da quando siamo sposati”.
Lui si voltò per cercare gli occhi di sua moglie nel corridoio buio: “Ti ho mai parlato di Massimo Civolani?”.
Maria fece cenno di sì.
“Devo cercarlo. Non ho mai risposto a una domanda che mi ha fatto una mattina a scuola, prima di partire”.


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